mercoledì 11 giugno 2014

# L’articolo - p. II # | Enrico De Simone, Carlo fermi e Max Mauro - La Voce d'Italia, Caracas: giornale fascista con velleità sinistroidi | Gaetano Quagliariello

Andammo alla pizzeria Nonna bella di Chacaito e ordinammo delle pizze.

Scendendo da via Nivaldo, nei pressi della mia abitazione, incrociammo un tipo semi alcolizzato che nei primi tempi aveva provato a spillarmi dei soldi. Fino al giorno che,  avendomi chiesto di tenergli della refurtiva in casa, lo misi a posto una volta per tutte. Anche se quello era un quartiere residenziale, infatti, confinava con la favela, che in Venezuela si chiama rancho. La qual cosa non mi scandalizzava: mi sono sempre piaciuti i luoghi popolari. Ma quando raccontai ai compaesani la storia di quel tipo, loro si galvanizzarono, fu il tema della serata in pizzeria.

Max Mauro era in Venezuela da poco ed era stato alloggiato dal responsabile del giornale fascista per cui lavorava (La Voce d’Italia) in un albergo mal frequentato, raggiungerlo di sera a piedi voleva dire esporsi a rapina certa, dato che si trovava in una zona della città completamente al buio. Neanche fosse stata la bocca dell’inferno.

Max ci raccontò di alcuni personaggi equivoci che risiedevano nel suo hotel. Carlo Fermi scriveva messaggini a ruota.

L’altro argomento della sera, neanche a dirlo, furono i miei quadri. Le prime osservazioni partirono da Carlo Fermi, il quale quella sera era lì per puro caso: per vedere la casa dove vivevo... A seguire attaccò Enrico De Simone che, anche quella sera, mi pareva il suo fido cagnolino da compagnia.

In sostanza i due compari mettevano in dubbio l’autenticità della mia produzione pittorica. 

La Voce d'Italia - 9 maggio 2006 Caracas


Da non credere, quei due vermi, due venduti agli ordini di chissà chi, che davano del venale a me. Sembrava il colmo dei colmi. Ed erano lì per puro caso. O almeno, questa era la loro versione.

Alla fine della pizza e delle chiacchiere, Carlo Fermi tirò le fila della forbita conversazione: dato che io ero forte e non avevo paura, avrei accompagnato Max al suo albergo che non era molto distante dalla piazza. Poi sarei tornato col taxi. Lui intanto andava, perché aveva un impegno: era un uomo di mondo, lui... (È per questo che pochi anni dopo, Carlo Fermi si installerà a Medellin, capitale mondiale della cocaina, in Colombia).

“Non se ne parla”, gli risposi. Provarono inutilmente ad insistere i due compari.

Alla fine si rassegnarono: saremmo andati con Enrico e Pier ad accompagnare Max.

Eravamo nella piazza di Chacaito, stavo scrivendo l’email del Pier sul cellulare, ad un certo punto notai il negretto che guardando verso di noi, saltò giù dal muretto dov’era seduto insieme ad altri. Non ci diedi il giusto peso e quelli presero a seguirci. A un certo punto, poco prima di uscire dalla piazza, parte di quella teppa ci superò, prendendo diverse direzioni.

Neanche il tempo di raccapezzarmi e pensare: “ Ma che storia è questa?...”, che venni colpito alla nuca. Che botta!

L’ultima scena che vidi prima di perdere i sensi fu Enrico De Simone: si girava come uno che già conosca il copione e con la sua nota espressione sulla faccia abbassa la testa, come a dire: “Ben ti sta!”. E molto casualmente a lui nessuno lo toccò.
Quando mi ripresi avevo il braccio del negretto che mi stringeva al collo. Il tipo era più basso di me, ma aveva un avambraccio di tutto rispetto e si teneva ben piantato al suolo. Ebbi la mia brava reazione e provai a scrollarmi da dosso quell’animale. Gli afferrai il braccio con entrambe le mani, tirai in avanti verso il basso e gridai come un animale. Ecco, due animali.
Ero fuori forma, e il negretto non fece il volo che avrebbe dovuto fare, ma dovette muoversi in avanti con passi veloci per non cadere. Aveva le scarpe lucide di pelle con la suola in cuoio che battendo sulle pietre della piazza, producevano uno scalpiccio piuttosto acuto. La scena aveva del comico.

Si fermò di fronte a me a tre metri circa. Ci fronteggiavamo io e il negretto e il tipo fece il gesto di mettere le mani dietro la cintura per prendere il coltello.

A quel punto scappai, senza molta convinzione, mi pareva di andare al rallentatore. In quel momento uno di quei figli di troia mi lanciò una bottiglia di birra che si fracassò sulla coscia in prossimità del mio ginocchio sinistro.

Ritornai nella piazza e mi fermai. Avevo ancora il cellulare nella mano sinistra. E i miei compagni?

Un attimo dopo vidi un tipo ridicolo che correva a slalom. Era Enrico De Simone.

Non si perse d’animo il periodista di destra, quel finto chavista subito prese ad aggredirmi verbalmente: era colpa mia se ci avevano aggredito; camminavo col cellulare in mano. “E guarda lì che ti sei fatto!

Si sentì uno sparo e dopo si vide la teppaglia scappare nella nostra direzione. Ritornammo al ristorante Nonna bella. Enrico chiamò la polizia. Io mi feci dare del ghiaccio per l’ematoma della bottigliata.

La polizia era già lì. Una pattuglia in moto aveva sentito il mio grido. Poi aveva incrociato Pier che gli aveva indicato il luogo dell’aggressione. Avevano sparato in aria per disperderli. Non avevano neanche tentato, che so, di acciuffarne qualcuno.

Prendemmo un taxi per tornare a casa. Passando davanti ad una pensilina degli autobus c’erano dei ragazzi. Appartenenti a quella teppa, ci avrei scommesso. Ero ancora dell’idea che andassero acciuffati ma non lo dissi a Enrico, a che serviva. 
E dire che avevo attraversato quella piazza Chacaito decine di volte, anche di notte, da solo, dato che era il punto di incontro per le uscite. Mai successo neanche l'accenno di una rapina. Quando si dice: meglio soli che male accompagnati...

A casa continuai a tenere il ghiaccio sull’ematoma e mi fumai una sigaretta.

Il giorno dopo, il 30 aprile del 2006, Enrico De Simone mi inviò questo messaggio: Hola guerrero, todo bien? Il grande "amico" che oggi scrive per un giornale online cui fa capo uno dei colonnelli del partito piduista, Gaetano Quagliariello.

Quando ci rivedemmo Pier non ci poteva credere: “Ti hanno aggredito in due e li hai messi fuori gioco...”. Non ricordavo che erano in due, però ripensandoci mi tornò in mente, il secondo l’avevo colpito col dorso della mano sinistra al volto. Era stata la mia reazione prima di perdere i sensi.

Più di una persona mi dirà in seguito che ho fatto male a reagire, che così rischiavo la vita e cose del genere... Sono certo che avrei rischiato di più se non avessi reagito. Erano mal intenzionati dal  primo momento, almeno nei miei confronti. A Enrico, infatti, non lo avevano neanche sfiorato. Il Pier era riuscito a divincolarsi  Max si era ritrovato a terra mentre quelli gli frugavano nelle tasche.

Su una cosa concordammo e fu abbastanza scioccante: erano tutti ben vestiti. Una élite di marioli, del tipo che lavorano su commissione. Non a caso.

Avevo da poco denunciato all’autorità competente quegli infami delinquenti in grisaglia dell’associazione Agustin Codazzi, la scuola presso cui avevo lavorato a Caracas. E meno male, perché ho potuto mettere un punto fermo nei confronti di quella gente, e del regime che li protegge e che un domani, grazie ad apparati deviati dello Stato, avrebbe potuto avallare altre menzogne, più o meno come hanno provato a fare senza successo quegli infami della cricca Codazzi al Tribunale di Caracas.

giovedì 30 gennaio 2014

Ciclista in bianco e nero. The biker man stronger | Piero Golia non c'era

Ho sempre amato la pittura densa e materica, e, da quando ho iniziato a imbrattare tele, ho prediletto le tempere agli acquarelli, la penna alla matita, e l'olio all'acrilico...
Avevo una certa curiosità di usare gli smalti, quelli industriali, così nel 1994, li sperimentai usando della pittura avanzata da lavori di tinteggiatura in casa.
Disegnavo costantemente da almeno 3 anni e avevo da poco cominciato ad abbozzare direttamente senza alcun disegno preliminare. Allo stesso modo in quel periodo cominciavo a costruire le figure senza riferimento iconografico: andavo a memoria.
Il ciclista venne fuori così, smalti su cartone. 
Ciclista, smalti su cartone 1994 - Gianluca Salvati
Quando portai il quadretto in accademia ebbe un discreto riscontro. In seguito il prof mi disse di farlo incorniciare per esporlo alla mostra di fine corso. Nel 1994 ne tenemmo due, la prima fu allestita in una sede dell'università di medicina. In quella prima esposizione presentai un altro quadro. Dopodiché partii per Lugano: erano gli ultimi giorni della mostra di Emil Nolde, un pittore che adoravo e non volevo assolutamente perdermi. I miei compagni si preoccuparono di allestire i miei lavori alla seconda mostra al bar dell'Epoca in via Costantinopoli. 
Piero Golia non c'era, non ancora.

La mostra di Emil Nolde a Lugano faceva, a dir poco, pena, non perché avessi cambiato idea su quell'artista, ma perché la qualità dei lavori era estremamente bassa e commerciale. Capita, purtroppo che si adoperi un nome di richiamo lavorando sul battage pubblicitario da un lato, per poi presentare gli scarti di produzione di un autore. 
Per fortuna in quel periodo c'era la mostra di un altro pittore che ammiravo, Nicolas de Staël . La prospettiva di Nicolas de Staël si teneva nei pressi di Parma, ed era curata non bene, ma benissimo. La qualità dei lavori era molto alta. Cosicché fu un piacere acquistare il catalogo di quel pittore  così interessante e così attuale. 
In quegli stessi giorni avevo saputo da mio fratello che “...c'era una sorpresa...”. Cos'era successo? 
Un professore del conservatorio aveva visitato la nostra esposizione colletttiva a Napoli ed era rimasto positivamente impressionato dal quadro Ciclista: Patagonia controvento. Quel signore si era presentato diverse volte al bar chiedendo informazioni sul quadretto: dire che fosse molto motivato all'acquisto era un eufemismo. Il prof a un certo punto si era fatto scrupolo di far chiamare a casa per avvisare; la cosa era stata presa con nonchalance dai miei e il quadro restò invenduto. Nondimeno fu un bel riscontro per la mia prima uscita, in fin dei conti dipingevo seriamente da appena 2 anni.

mercoledì 22 gennaio 2014

La performance arboricola di Piero Golia nei giardini di Arte Fiera a Torino

TORINO - L'artista concettuale Piero Golia, si è imbarcato in una mirabolante performance in anteprima mondiale nei giardini di Arte Fiera a Torino. 
Gli ospiti, poche centinaia di eletti, hanno potuto ammirare l'agilità e la scioltezza di membra che hanno permesso a Piero Golia di salire sin quasi alla cima dell'albero di palma (ben 7 metri di altezza!).
A quel punto, come il prete sul pulpito, Piero Golia si è lanciato in una petizione pubblica per l'acquisto di un suo lavoro. E sì che in tempi di crisi bisogna pensarle proprio tutte!
La scintillante prova ascensionale, unita a una patetica, a dir poco, richiesta da postulante, ha provocato nei presenti profonde riflessioni sul significato ultimo dell'esistenza.

(L'uomo della strada avrebbe saputo dare la giusta interpretazione a cotanta opera concettuale, definendola per quello che è: un quadro della disperazione...)
 

Questa patente dimostrazione delle lodevoli risorse concettuali di Piero Golia, spazza ogni dubbio sul suo essere artista totale.
Nel onemanshow di Torino, egli ritrova alcuni tratti stilistici che hanno già caratterizzato la sua opera prima (Napoli 1997); anche in quel caso il Nostro esprimeva il disagio e la confusione esistenziale che lo contraddistinguono tramite un sonoro, registrazione della propria voce personale, rimandato all'infinito...
La performance arboricola di Piero Golia rimanda il fruitore al lontano passato della specie umana. Passato che, in alcune persone particolarmente sensibili, ritorna come un mantra, con la potenza del mito, risuonando come un monito alla costante distruzione dell'ecosistema del pianeta Terra.
Salutiamo le istanze ecologiste derivanti da un gesto così oltraggiosamente agitato da un Piero Golia sopra le righe.


Piero Golia: l'arboricolo - biro su carta - Gianluca Salvati

martedì 21 gennaio 2014

Lo stato dell'arte, di Charles Bukowski | Corso del Libero Nudo, Piero Golia c'era

ieri è venuto a trovarmi un professore universitario. non somigliava a Dorothy Healey. ma sua moglie, una poetessa peruviana, era piuttosto carina. motivo della visita: era stufo della cosiddetta NUOVA POESIA, ch'era sempre la stessa cosa fritta e rifritta. la poesia costituisce ancora la phi grossa "cosca snob" del settore artistico: piccoli gruppi di poeti lot­tano fra loro per il potere. secondo me il clan phi agguerrito che si sia mai formato è il vecchio gruppo della MONTAGNA NERA, estremamente snob. e Creeley è tuttora temuto, nelle università e fuori - temuto e riverito - più di qualsiasi altro poeta. poi abbiamo gli accademici che (come Creeley) scrivono con molta cura formale. in sostanza, la poesia generalmente ac­cettata, oggi, ha una specie di rivestimento di vetro, liscio e scivoloso: all'interno dell'involucro, consiste in una giustappo­sizione di parole, una dopo l'altra, una somma metallica e inu­mana di parole, semi-arcane. si tratta di una poesia per milio­nari e gente grassa e oziosa, quindi ha i suoi fautori e soprav­vive perché (qui sta il segreto) chi è dentro è dentro e chi è fuori è fuori e vada a farsi friggere. però è una poesia fiacca, così monotona, cosi noiosa, che la noia e l'opacità sono scam­biate per significati reconditi: il senso è nascosto cosi bene, così bene che non c'è. non c'è nessun significato. ma se tu non ce lo trovi, manchi di sensibilità, manchi di anima, e COSl via, sicché TI CONVIENE TROVARLO ALTRIMENTI NON SEI DEI NOSTRI. eppoi se non lo trovi, STA' ZITTO.
frattanto, ogni due tre anni, qualcuno che appartiene al mondo accademico e vuoI conservare il suo posto in codesta struttura (se pensate che il Vietnam è un inferno, dovreste ve­dere le battaglie che infuriano fra questi cosiddetti cervelloni, intrighi e congiure e battaglie per il potere, all'interno delle loro conventicole) tira fuori una nuova raccolta delle stesse vec­chie poesie e, all'involucro di vetro, senza ·visceri,. appone l'e­tichetta NUOVA POESIA o NUOVISSIMA NUOVA POE­SIA, ma si tratta sempre dello stesso mazzo di carte segnate.
insomma, quel prof era evidentemente un baro. mi disse che era stufo del gioco e voleva portare alla ribalta voci nuove, nuove forze creative. lui aveva le sue idee. ma mi chiese chi - secondo me - stesse scrivendo la VERA nuova poesia. chi fossero i poeti e che roba scrivessero. non sapevo che ri­spondergli, sul serio. li per li mi sovvennero alcuni nomi ­Steve Richmond, Doug Blazek, Al Purdy, Brown Miller, Ha­rold Norse e COSl via - ma poi mi resi conto che era gente che io conoscevo personalmente, o con cui ero in corrispon­denza. mi morsicai la lingua. se facevo quei nomi, eravamo di nuovo sul piano della MONTAGNA NERA, del gruppo chiu­so e "in." e ècosi che comincia la morte. un tipo di gloriosa morte personale, ma lostesso non va bene.
Charles Bukowski, Storie di ordinaria follia

Enza - piero golia c'era, acrilico su tavola - Gianluca Salvati 1996

domenica 19 gennaio 2014

Da un disegno di Piero Golia - "Nudo giallo", olio su tela | "Nulla dies sine linea"

Piero Golia ha frequentato il Corso Libero del Nudo all'Accademia di Belle Arti di Napoli per ben 2 anni. Alunno poco dotato, benché testardo, Piero Golia non ha mai imparato a disegnare, per non parlare della pittura: non è arte sua... 
Eppure, questo non gli ha impedito di diventare artista concettuale ed esporre in luoghi di un certo rilievo.


Evidentemente Piero Golia ha delle doti nascoste...
Nel 1996, gli chiesi un suo disegno: un classico nudo disteso disegnato a matita che pareva fatto col fil di ferro. Era un disegno stranamente comico, Piero Golia fu così gentile da donarmelo.  Tempo dopo gli portai la foto del quadro che avevo realizzato da quel disegno.

" Nudo giallo" da un disegno di Piero Golia, 1996 olio su tela - Gianluca Salvati

Avevo lavorato a quel dipinto cercando di adattarmi al suo stile, ovvero interpretando in pittura quei primitivi segni a matita. Allo stesso modo, cercai un colore impattante e non elaborato. Quando Piero Golia vide la foto del lavoro terminato, la commentò con un laconico: “O' cessss...”, dimostrandosi conscio dei propri limiti e forse credendo che mi stessi prendendo gioco di lui. 
In realtà trovai quell'operazione estremamente divertente.

sabato 18 gennaio 2014

Piero Golia interpreta Gianluca Salvati | Omaggio al "finto disinvolto" - Napoli

Rispetto al gruppo del corso di disegno, Piero Golia ha sempre fatto categoria a sé, e non perché fosse questo gran genio, al contrario...  
Piero Golia aveva un modo di relazionarsi agli altri piuttosto insolito. Ad esempio arrossiva con estrema facilità e in maniera impressionante: mai visto qualcuno arrossire a quel modo. Piero Golia dava l'idea di non essere mai davvero a proprio agio, anche se le persone che frequentavano il corso erano le più pacifiche di questo mondo. Piero Golia arrossiva e poi, per mascherare il suo imbarazzo, si gettava in performance o battute di dubbio gusto.
Nella foto di questo post, (Napoli, 9 giugno 1997) Piero Golia, fumatore compulsivo, si improvvisa performer di un mio lavoro... No comment. 
Omaggio a Piero Golia, il finto disinvolto.

Piero Golia interpreta Gianluca Salvati - 9 giugno 1997

venerdì 17 gennaio 2014

"La caduta", olio su tela | Massoneria, Franco Chirico & Kiko Arguello

Nel dicembre del 1995 ero convalescente da un intervento chirurgico dovuto a peritonite e avevo ricominciato a dipingere. Il primo quadro cui misi mano fu un lavoro nuovo, la cui novità consisteva nell'utilizzare tre tele di diverso formato dislocate a distanze tali da comprendere l'immagine dinamica a cui facevo riferimento. L'immagine era la solita foto di calciatori presa dal giornale del lunedì, ma quella foto aveva un suo epos... 
Il quadro iniziato in quel dicembre del 1995, dopo l'intervento di peritonite, era La caduta.
Dopo un paio di mesi il quadro era bell'e terminato. Lo portai giù e lo attaccai sulla parete dell'ingresso. Mi pareva che funzionasse, aveva un nonsoché...

La caduta, 1996 - olio su tela visto da Piero Golia

In quei giorni, i miei genitori tennero un incontro con alcuni fratelli della comunità di neocatecumeni. Franco Chirico era il responsabile di quella comunità di Cammino Neocatecumenale, ma lì, quella sera, non c'era. In tutto c'erano sei o sette persone, compresi i miei genitori. Quando tornai da fuori incassai i complimenti entusiasti di un loro fratello di comunità. Quel signore si era talmente incantato davanti al quadro La caduta che, stando al racconto dei miei genitori, aveva seguito le letture distrattamente. Dissi a quel signore che, qualora avessi partecipato ad una mostra, gli avrei fatto pervenire l'invito.
Franco Chirico, oltre ad essere il responsabile di quella comunità neocatecumentale è anche il principale editore di quel movimento massonico fondato da Kiko Arguello. Per intenderci, Franco Chirico conosce Kiko Arguello personalmente.

Quando ebbi pronti un po' di lavori, nella primavera del 1996, li fotografai e li portai a vedere in accademia. Era il primo anno che Piero Golia frequentava il corso del Libero Nudo, dunque il lavoro lo mostrai anche a lui e non solo ai colleghi "storici" dell'accedemia. Nel complesso tra i lavori dipinti in quel periodo, il quadro La caduta riscontrava un certo favore, in particolare tra le persone del cui giudizio mi fidavo. Eppure, quando si trattò di propormi per una personale, nel giugno 2006, il prof dell'accademia scartò a priori quel quadro dall'esposizione. Senza dare spiegazioni, cosicché non mi capacitai del perché di quella scelta.
Il critico Arcangelo Izzo, quel gran testone, aveva addirittura dubitato dell'artisticità di quel mio lavoro: “Che significa?”, mi aveva chiesto. Ma era altrettanto vero che tutte le previsioni del suddetto capoccione si erano dimostrate meno consistenti di una bolla di sapone in una assolata giornata estiva: il riscontro della mia personale del 1996 non lasciava dubbi. Ciononostante il quadro La caduta è l'opera che non ho mai esposto.